Canzone del cuore

Canzone del cuore

Nel cuore di ciascuno di noi c’è una “voce che sa”, una canzone capace di ricordarci ciò che più apprezziamo e desideriamo, qualcosa che sapevamo fin dalla nostra infanzia. In Africa orientale c’è una tribù che crede che questa canzone esista prima ancora della nascita. In quella tribù, la data di nascita di un bambino non è il giorno in cui viene al mondo e neppure il giorno del suo concepimento, come accade in altre tribù, ma l’attimo in cui nella mente della madre è nato il pensiero di quel bambino. Conscia della propria intenzione di concepire un figlio con un certo uomo, la madre va nella boscaglia e si siede sotto un grande albero. Rimane seduta e ascolta attentamente fino a quando ode la canzone del bambino che spera di mettere al mondo. Dopo averla udita, torna al villaggio e la insegna a colui che sarà il padre, così potranno cantarla insieme mentre faranno l’amore, invitando il bambino a unirsi a loro

Dopo il concepimento la donna canta la canzone al bimbo che porta in grembo, poi la insegna alle donne anziane che faranno da levatrici, così che durante il travaglio e nel momento miracoloso della nascita il bambino venga salutato con la sua canzone. Dopo ogni nascita, tutti gli abitanti del villaggio imparano la canzone del nuovo membro della tribù e gliela cantano quando cade o si fa male. La canzone viene cantata anche nei momenti di trionfo, durante i rituali e le iniziazioni. Quando il bambino diventa adulto la canzone entra a fare parte del cerimoniale del suo matrimonio, e alla fine della sua vita i suoi cari si raccolgono intorno a lui e gliela cantano per l’ultima volta. Visto il rispetto che le viene tributato, anche noi desidereremmo profondamente udire quella canzone perché ci faccia da guida nella vita. Purtroppo, però, siamo stati distratti e trascinati sulla “piazza del mercato”. Le nostre esistenze sono complicate, viviamo in un mondo dominato dal materialismo, dall’ambizione, orientato verso ciò che è esteriore, e non sappiamo più ascoltare. È difficile essere in contatto con il cuore quando si è troppo occupati.

Da: “Il libro del cuore”, R. Carlson e B. Shield, Ed. Sperling & Kupfer

È molto difficile aggiungere qualcosa a questo brano così toccante e coinvolgente che, nella sua elegante semplicità ed armoniosa pienezza, non avrebbe bisogno di alcun commento. Tuttavia sono talmente numerosi gli spunti meravigliosi che offre la lettura di questo brano così incisivo che credo valga la pena condividerne qualcuno.

Parlandone, troveremo delle grandi affinità con ciò che abbiamo sempre sentito e, probabilmente, arriveremo alla conclusione che il vissuto di questa tribù dell’Africa Orientale è parte di ognuno di noi, anche se non abbiamo avuto modo di esprimerlo con le stesse modalità. Sentiremo che ci sono, o ci sono stati, dei momenti della nostra vita, per esempio nella nostra infanzia o, ancora più potentemente, quelli del nostro stesso innamoramento, nei quali avremmo potuto applicare in tutto o in parte gli stessi usi tribali se le condizioni fossero state favorevoli. Avremmo trovato la cosa del tutto naturale e in essa avremmo riscoperto una fonte di grande armonia interiore, di profonda sintonia con i familiari e con la comunità intera, oltre che il senso profondo e più vero della vita. Esaminiamo ora separatamente alcuni aspetti significativi tratti dal brano citato.

La nascita del bambino col desiderio di lui ed il suo prendere forma nel canto

Quando nasce una canzone, questa si preannuncia con delle note. Sono moti dell’anima, evocati da emozioni che non trovano ancora parole per essere espresse. Successivamente, e poco alla volta, l’artista mette insieme note e parole per rappresentare in un corpo omogeneo, espresso in una sequenza espositiva, quelle emozioni e quei sentimenti che, fissati in un canto appunto, diventeranno un serbatoio al quale altri potranno attingere.

La capacità di dare note e parole a delle nuove canzoni si è molto atrofizzata in noi. E’ molto più facile, infatti, prendere in prestito le canzoni scritte e musicate da altri scegliendole, fra quelle che meglio esprimono il nostro sentire, da un repertorio vastissimo e preconfezionato.

Nella futura madre della tribù africana citata, si instaura tra sé ed il bambino-canto che sta per nascere un rapporto simile a quello di un artista che crea qualcosa di nuovo. Nell’istante in cui nasce in lei il pensiero del suo bambino, istante che costituisce il momento della nascita di quest’ultimo, nella sua mente sono già impressi i canti di tutti i membri della tribù, che ha già avuto modo di cantare in più occasioni. Attraverso l’elemento comunicativo del canto, inteso come mezzo capace di evocare sensazioni, emozioni, sentimenti e relativa elaborazione, lei ed ogni membro della tribù, hanno più volte reciprocamente percepito delle affinità, costruito progetti e condiviso speranze, intuito armonie tra persone ed ambiente, capendo la magia e la forza di tutto ciò.

Quando giunge il momento in cui nella futura madre nasce il desiderio del proprio bambino, lei sa di dovere appartarsi nella boscaglia ai piedi di un grande albero. Là troverà le condizioni per poter ascoltare attentamente sino a quando udrà la canzone, unica e irripetibile, diversa da quella di tutti gli altri membri della tribù, quella del bambino che spera di mettere al mondo.

Questa canzone non si manifesterà di punto in bianco, ma trarrà nutrimento, arricchimento ed evolverà anche grazie a tutte le volte che la futura madre avrà cantato con la tribù i canti di tutti gli altri membri. Nell’ottica del canto, perciò, il bambino una volta nato troverà che le proprie note si armonizzano straordinariamente con quelle dei cori della sua tribù e si sentirà quel componente insostituibile ed atteso per conferire continuità ai canti cui avevano partecipato i propri genitori.

Tutta la forza della tribù converge nella madre per trasmettere un profondo senso di appartenenza al bambino. Questo senso di totale appartenenza accompagnerà tutta la vita del bambino che si sentirà accolto prima ancora del concepimento fisico, in tutte le grandi emozioni della sua vita, e, al momento della morte, il suo canto non perirà, ma potrà essere ancora cantato ed in grado di infondere le stesse emozioni ad altri. Forse, se qualche passaggio del suo canto avrà trasmesso o portato qualcosa di nuovo alla tribù, potrà anche essere ripreso da altre madri per diventare componente di altri bambini-canto che verranno.

La condivisione del canto

Il nascere come canto infonde in chi ne è identificato una gran forza ed un profondo senso di pienezza. La persona non si sente percepita per come appare né per come cambia esteriormente, bensì per quello che di base essenzialmente sente di essere e trasmette col proprio canto. Inoltre, il momento della nascita del suo canto coincide con uno stato d’innamoramento da parte della madre nei suoi confronti, quell’innamoramento che è in grado di tramutare la donna di una tribù in un’artista capace di percepire una composizione di note come nessun altro può fare, di sentirle e farle risuonare nelle fibre più profonde ed accoglienti del proprio essere. Quella stessa madre, a livello più o meno consapevole, creerà una così magica connessione tra innamoramento ed ascolto da plasmarli per sempre in un’unica modalità espressiva le cui componenti diventano indissolubili tra loro. Quando dallo stato di innamoramento e di ascolto la madre sarà riuscita a tessere l’abito di note a misura delle emozioni nate dal desiderio del figlio, sarà in grado di comunicarne al padre la canzone.

Il padre, a sua volta recettivo per gli effetti dell’innamoramento che nutre per la propria compagna e che il suo cuore ritma incessantemente in tutto il suo essere, farà sì che il canto da lei captato e con lui condiviso diventi l’irripetibile danza d’amore del concepimento del figlio, di quel loro bambino nato da un canto. A concepimento avvenuto, la danza cadenzata dal coro dei due amanti si riassorbirà nuovamente nella canzone e, sotto questa forma, gli altri membri della tribù la conosceranno e condivideranno.

Madre, bambino e canto: un rapporto trino e unitario

Nel percorso in cui il bambino prende la forma di una canzone, che in seguito verrà ritualizzata mediante la sua ripetizione da parte degli altri componenti della tribù, si evidenziano tre componenti:

  1. la madre, che è colei che ascolta;
  2. chi viene evocato ed “ascoltato”, cioè il bambino desiderato;
  3. il canto, come momento di sovrapposizione e di unione tra l’ascoltatore e l’ascoltato. Questo è il momento in cui il bambino, praticamente già nato nella mente della madre, comunica tutte le proprie emozioni raccolte in quel serbatoio di un universo che è il canto.

Il primo di questi tre elementi, cioè quello dell’ascoltatore, sarà quello che muterà, o meglio si espanderà, mentre gli altri due resteranno invariati. La madre, offrendo l’elemento dell’ascolto, è il punto di ingresso del bambino nel mondo, poi, sempre attraverso la funzione dell’ascolto, alla madre si aggiungeranno il padre e infine tutta la tribù.

L’ascolto diventa sia ciò che partorisce il canto, sia, quando viene perpetuato per essere dedicato a quello stesso canto, la celebrazione della sua nascita. Nei momenti emozionanti della vita di una persona, sia in positivo che in negativo, l’udire il proprio canto della nascita da parte di tutti i membri della tribù, l’aiuterà a sentirsi ascoltata e sostenuta dall’intero gruppo di appartenenza, a crescere interiormente restando focalizzata sulla propria vibrazione di base, in modo tale da riuscire a navigare con più sicurezza attraverso i flutti potenti della vita.

La madre, l’ascolto e il bambino

Chiunque sia stato innamorato sa che una delle caratteristiche che più si amplificano nell’innamoramento è la capacità di ascoltare la persona verso la quale convergono i propri sentimenti. L’ascolto si affina oltre ogni limite immaginabile, soprattutto quando non si è certi di essere corrisposti. Sia quando non si abbia la certezza della corresponsione, sia quando questa si manifesti sempre più, nell’innamorato si attivano delle antenne invisibili che lo rendono capaci di ascoltare l’amata a livelli sempre più profondi, in modo tale da sentirla tutta e creare nel proprio cuore, quella qualità di elaborazione di sentimenti che lo metteranno in grado di amarla per tutta la vita.

Ogni elemento, ogni dettaglio della persona amata, viene esaminato, metabolizzato, ogni nota è fatta risuonare in modo che l’intera orchestra emotiva dell’amante giunga ad esprimere la canzone di lei. A misura di quanto la persona è amata, l’amante impara a farla risuonare in sé senza alterarla affinché rimanga se stessa anche quando nella coppia la corresponsione diventerà condivisione e poi comunione.

Detto questo non intendo dire che l’ascoltatore annulla se stesso ma che, mettendo in comune le proprie risonanze emotive ed il proprio timbro, offre di fatto un contributo alla persona amata per perfezionare, nel corso della loro vita insieme, tutti i passaggi della sua canzone, quella con la quale lei è nata. Chi ha sperimentato ed elevato la capacità di ascoltare la persona amata attraverso il filtro esaltante dell’innamoramento, è maggiormente portato ad accogliere un figlio amandolo per come è, nella sua unicità ed irripetibilità, gioendo del fatto che sia se stesso, sostenendolo nelle sue potenzialità latenti, tutte quelle che vorrà esprimere nel corso della sua esistenza e aiutandolo a dare il meglio di sé.

È probabilmente grazie a questa funzione nascosta, racchiusa nell’ascolto creativo inteso come componente dello stato d’innamoramento, che l’innamoramento-ascolto dovrebbe già essere presente tra i due partner prima della nascita di un figlio, in modo tale da forgiare le capacità di ascolto e di amore dei futuri genitori.

Il canto come momento di unione

Probabilmente la migliore rappresentazione di uno stato di unione tra due esseri, in grado di armonizzarsi reciprocamente, è il canto. Ove si volesse creare la rappresentazione simbolica di un uomo e di una donna che abbiano stabilito tra loro una relazione armonica, tale da essere reciprocamente sintonizzati creando tra loro un senso di comunione, credo non possa essercene una migliore del canto.

Il canto fa vibrare il corpo e le corde emotive. Può fissare nel tempo un’emozione ed è anche in grado di rievocarla. Là dove il canto sia abbinato ad una persona, colui o colei che lo saprà cantare o riascoltare in sé, rievocherà tutto ciò che quella stessa persona ci ha trasmesso o tuttora ci trasmette. Ciò che ci fa innamorare di una persona piuttosto che di un’altra, non è ciò che vediamo di lei ma ciò che sentiamo accanto a lei e soltanto con lei. Il che la rende unica al mondo.

Il canto, essendo profondamente connesso con ciò che esso ci trasmette emotivamente, ci ricorda quello che proviamo verso quella persona cui il canto stesso si riferisce. Le emozioni che esso ci trasmette resteranno per sempre inalterate in noi, costantemente individualizzando l’essenza di quella persona e rinnovando in noi le medesime antiche emozioni nei suoi confronti. Presso quella tribù africana, si è appreso da tempo che, attraverso la conoscenza dei canti, è possibile per ogni membro portare reciprocamente nel proprio cuore l’essenza di tutti i componenti della tribù. Il canto, come la sua rappresentazione fisica, la danza, può essere considerato come uno spazio-tempo privilegiato nel quale due o più entità possono confluire fondendosi in una sola vibrazione.

Il vocabolario che solitamente e istintivamente si abbina al canto comprende parole come: ritmo, flusso, onda, vibrazione, emozione, risonanza, unisono…etc. E’ lo stesso vocabolario al quale si attinge di frequente anche quando ci si riferisce al bambino in utero il cui cuore, centro anatomico percepibile, segnala emozioni che condivide pulsando all’unisono con quello della propria madre. Quando si parla di due innamorati e si vuole significarne la risonanza emotiva, spesso si dice che i loro cuori battono all’unisono: in pratica, prendiamo inconsciamente a prestito dei frammenti di vita prenatale, quando il nostro cuore batteva all’unisono con quello di nostra madre e sperimentavamo una totale fusione di emozioni con un altro essere.

Del suono si parla in modo analogo anche all’inizio del Vangelo di San Giovanni quando lo si definisce Verbo: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.”. In fondo anche in questo brano si parla di nascita perché è riferibile all’inizio della creazione. Per quanto concerne la nascita dell’Universo, anche nel pensiero Orientale si afferma che essa sia stata originata da un suono, una forma elementare di canto.

Analogamente alla gradualità indicata nel passo di San Giovanni, la madre africana ascolta l’arrivo della canzone del bambino, la tiene presso di sé ripetendola. Poi diventa una cosa sola con essa. Attua quella stupefacente alchimia in cui esistono contemporaneamente due esseri separati, in questo caso madre e figlio, che al tempo stesso sono due e uno solo nella misura in cui vibrano all’unisono di uno stesso sentire. Il canto non ha eguali per esprimere questa capacità di fusione e di sintonia. Esso non cambia, ma trasforma chi lo accoglie e lo esprime. È come un serbatoio di vissuti al quale si può attingere quando si desiderano evocare ed esprimere dei sentimenti.

Quale nutrimento emotivo per il bambino che nasce?

Consapevoli che non potremmo riprodurre nella nostra società attuale gli stessi vissuti che la tribù dell’Africa Orientale ripete da tempo immemorabile, che cosa possiamo fare noi?

C’è una cosa che possiamo sicuramente fare. Ed è quella di chiederci profondamente in quale contesto emotivo accogliamo i bambini che nascono. Oltre a nutrirli materialmente ed a prenderci cura dei loro corpi, quale nutrimento emotivo stiamo loro preparando per il presente ed il loro futuro?

Quanto sappiamo ascoltarli, rispettarli, e sostenerli vibrando emotivamente con loro?

Pensandoli come una canzone, così come abbiamo prospettato fino ad ora, è più facile sentire che essi non nascono tanto dall’unione di due gameti, quanto da un canto-emozione che la precede.

Quindi, prima di concepire un figlio, occorrerebbe desiderarlo da un cuore sensibile, un cuore esercitato ad ascoltare il canto delle emozioni. Questo bambino-emozione-canzone, unico e irripetibile, non dovremmo cercare di cambiarlo mai, ma dovremmo aiutarlo a trovare gli strumenti che meglio possano esprimere la sua bellezza nascosta, la magica sacralità della sua melodia, affinché tutti i membri della comunità che sappiano ascoltare possano condividere le emozioni che essa è in grado di donare.

A cura di Dr. Cristina Fiore – Formatore – Prenatal Tutor